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Le prime macchine fotografiche in metallo

Alexis_Gaudin_The_National_Media_Museum-Bradford




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Peter Wilhelm Friedrich Voigtländer

Le prime macchine fotografiche erano di legno e per decenni il legno fu considerato la materia prima ideale. Non mancano però esempi di macchine fotografiche in metallo. La più importante è quella costruita nel 1841 dall’ottico viennese peter Peter Wilhelm Friedrich Voigtländer, il quale aveva incaricato Josef Petzval di progettare un obiettivo molto luminoso per fare dei ritratti con il procedimento inventato da Daguerre.

Obiettivo_ progettato_da_ Josef _Petzval_,1841
Obiettivo progettato da Josef Petzval, su incarico di Peter W.F. Voigtlander -1841

L’obiettivo di Petzval, a 4 lenti e con apertura f 3,6, fu applicato alla macchina di Voigtlander fissandolo all’estremità più piccola di un tubo tronco-conico di ottone, il quale era appoggiato su di una culla posta su un tubo telescopico la cui piattaforma di base eera munita di tre viti di livello. Per effettuare la messa a fuoco si avvitava sul primo un secondo tubo tronco-conico di ottone, che aveva un disco di vetro smerigliato inserito nella base e una lente d’ingrandimento all’altra estremità.

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La macchina completamente metallica realizzata da Voigtlander nel 1841 era costituita da due tubi tronco-conici di ottone. Dopo aver messo a fuoco l’immagine sul vetro smerigliato, la macchina veniva portata in camera oscura. Qui il cono posteriore di messa a fuoco veniva svitato dal cono anteriore recante l’obiettivo ed era sostituito con un portalastra metallico di forma circolare. Rimessa la macchina sulla sua culla di sostegno, l’esposizione avveniva togliendo il coperchio metallico dell’obiettivo.

Eseguite l’inquadratura e la messa a fuoco, la macchina veniva tolta dalla culla e portata in camera oscura dove si svitava il cono di messa a fuoco e lo si sostituiva con un portalastra contenente una lastra argentata e sensibilizzata di circa 8 cm di diametro. Avvitato il portalastra e messo un tappo sull’obiettivo, la macchina veniva riportata in studio e riposta sulla culla per eseguire il ritratto: il cliente, naturalmente, doveva rimanere immobile per tutto il tempo necessario a compiere la complessa operazione operazione di sostituzione del cono di messa a fuoco con il portalastra. Un’altra macchina metallica fu costruita nel 1841 dall’ottico parigino Alexis Gaudin. Era costituita da un tubo di ottone che da una parte aveva un portalastra quadrato e dall’altra l’obiettivo. Davanti a quest’ultimo era posto un disco munito di aperture di diverso diametro: il costruttore raccomandava di utilizzare l’apertura di diametro maggiore soprattutto quando i clienti avevano brufoli o rughe, perchè così si otteneva un ritratto morbido e non apparivano i difetti del volto.

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Fotocamera metallica disegnata da Alexis Gaudin e realizzata da NP Lerebours. – The National Media Museum, Bradford

La macchina di Gaudin era assai piccola (dava immagini rotonde di soli 6 cm di diametro), ma era inserita in una cassetta di legno assai più grande, che conteneva tutto il necessario per realizzare i dagherrotipi: sul davanti della cassetta di legno era applicato un telo nero che serviva per coprire l’obiettivo e veniva sollevato per realizzare l’esposizione. Nel 1840 un americano, Alexander Wolcott, costruì e brevettò una macchina molto particolare. Invece del normale obiettivo tale macchina utilizzava infatti un grande specchio concavo che era posto sulla parete posteriore di una cassetta di legno. La lastra per il dagherrotipo era montata davanti allo specchio su un supporto che spostarsi avanti e indietro per la messa a fuoco. Lo specchio concavo era molto più luminoso degli obiettivi di allora, ma le dimensioni della lastra erano solamente di 5×6 cm. La macchina di Wolcott ebbe un notevole successo e fu utilizzata anche a Londra da Richard Beard nel primo studio fotografico da lui aperto nel 1841.

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