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Fox Talbot: scoperta del processo negativo/positivo

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Fox Talbot: scoperta del processo negativo/positivo

Il merito della scoperta del processo negativo/positivo è dovuto all’inglese william Henry Fox Talbot (1800-1877). Di famiglia facoltosa, Fox Talbot restò orfano di padre a pochi mesi di vita; ebbe dapprima un precettore e frequentò poi le celebri scuole di Harrow e Cambridge. Gli studi compiuti, insieme a un notevole talento e a un’eccezionale capacità di realizzazione, gli consentirono di ottenere ancora in giovane età brillanti successi in campi diversi: matematica, ottica, microscopia, chimica, botanica, astronomia. Si occupò anche di egittologia e della scrittura cuneiforme degli antichi assiri. Grazie alle relazioni della famiglia potè frequentare scienziati, artisti e uomini politici e a soli 31 anni fu ammesso, con pieno merito, alla Royal Society of Sciences come membro effettivo. Pur essendo stato uno scienziato di notevole successo in moltissimi campi, Fox Talbot tuttavia viene oggi ricordato soprattutto per il suo eccezionale contributo al perfezionamento della tecnica fotografica.

William Henry Fox Talbot-John Moffat-1864
William Henry Fox Talbot- foto di John Moffat, 1864

Fu spinto a iniziare le sue ricerche in campo fotografico quando, trovandosi in viaggio di nozze sul lago di Como, si rese conto di non essere in grado, come desiderava, di riprodurre con disegni quei paeseggi incantevoli, neppure facendo ricorso alla camera oscura. Rinunciando ai suoi maldestri tentativi decise allora di cercare un modo che permettesse di riprodurre la natura con la massima fedeltà. Era convinto che, utilizzando la camera oscura, si potesse fare in modo che le “immagini naturali si riproducono fedelmente e in modo durevole sulla carta”. Senza essere al corrente delle contemporanee ricerche di Daguerre affrontò il problema dal punto di vista chimico e, in pochi mesi, trovò un’accettabile soluzione. Già trent’anni prima Thomas Wedgwood e Humphry Davy avevano fatto degli esperimenti con sali d’argento che, come era noto da tempo, annerivano se colpiti dalla luce. Essi avevano sì ottenuto immagini negative di alcuni oggetti, ma non erano riusciti a fissarle; col tempo inoltre tutta la carta diventava nera e le immagini scomparivano. Nel 1834 Fox Talbot, che non era a conoscenza di quei tentativi, cominciò i suoi esperimenti con i sali d’argento, occupando nella ricerca scientifica il poco tempo che la sua carica di membro del parlamento britannico gli lasciava disponibile. Scoprì ben presto che un foglio di carta, immerso in una soluzione poco concentrata di cloruro di sodio (sale da cucina) e, dopo essiccazione, in una di nitrato d’argento, anneriva rapidamente quando era esposta alla luce del sole.

Lacock Abbey - Fox Talbot -1843
Gruppo prende il te nella tenuta di Lacock Abbey – Fox Talbot 17 agosto, 1843

Se si appoggiava su questo foglio un oggetto opaco, come una foglia o un pizzo, annerivano solo le zone che venivano colpite dalla luce e si otteneva così un’immagine negativa dell’oggetto. Fox Talbot scoprì anche (cosa molto più importante) che, mentre una debole concentrazione di sale da cucina aumentava la sensibilità della carta alla luce. Aumentando la concentrazione della soluzione salina la sensibilità della carta diminuiva notevolmente. Immergendo poi il “negativo”, cioè la carta parzialmente annerita dall’esposizione alla luce, in una soluzione di sale da cucina molto concentrata constatò che l’immagine negativa veniva “fissata” in modo da sopportare abbastanza bene una successiva esposizione alla luce senza annerirsi ulteriormente e restando praticamente inalterata: questo primitivo “bagno di fissaggio”, il cui risultato sarebbe giudicato oggi assolutamente insufficiente, fu allora di grandissima importanza. Nei due anni successivi Fox Talbot lavorò a perfezionare la sua tecnica fotografica. Usò come fissaggio lo ioduro di potassio e scoprì che poteva aumentare la sensibilità della carta, sia immergendola alternativamente e più volte in sale da cucina e di nitrato d’argento sia esponendola alla luce quando era ancora umida. Nell’estate del 1835 trasformò la sua tenuta di Lacock Abbey in un grande studio di ricerche fotografiche e ricorse per i suoi esperimenti a tante piccole camere oscure di legno.

Due calotipi affiancati mostrano il laboratorio di sviluppo e stampa di Talbot a Reading. Aperto nel 1844, fu il primo studio fotografico del mondo: per tre anni vi si produccessero ritratti che venivano venduti venduti nei negozi o che servivano come illustrazioni. In questa immagine si vedono le diverse attività del laboratorio: riproduzione di stampe, ritratti dal vero, nature morte e stampa di cornici. Salvo due eccezioni, le stesse persone compaiono, in differenti pose, nelle due metà. L’uomo che sta fotografando la scultura è Nicolaas Henneman

Anche con il sole più brillante gli furono però necessarie esposizioni da dieci minuti a mezz’ora per ottenere una serie di fotografie della sua casa. Una di queste, che rappresenta una finestra munita di inferriata vista dall’interno del suo laboratorio, è giunta a noi ed il più antico negativo fotografico su carta oggi esistente. E’ quadrato e misura 2,5 cm di lato: la sua nitidezza è tale che, con l’aiuto di una lente, si possono contare i circa 200 riquadri dell’inferriata. Fox Talbot non fu soltanto il primo ad ottenere un’immagine su carta dotata di sufficiente stabilità, ma preconizzò anche quello che, più tardi, sir John Herschel chiamò “processo negativo/positivo. Gli esperimentatori che avevano preceduto Fox Talbot (e tra essi anche il suo contempoaraneo Daguerre) avevano sempre cercato di ottenere direttamente direttamente immagini positive e non speculari del soggetto; quando nel corso dei loro primi esperimenti ottennero immagini negative le considerarono di nessuna utilità perchè risultavano invertiti i toni e di conseguenza ciò che nell’originale era bianco appariva nero e viceversa. Fox Talbot invece si rese subito conto che la soluzione era molto semplice: “se la carta è sufficientemente trasparente – scrisse nel febbraio del 1835- il primo disegno “fotogenico” (cioè il negativo) può servire per ottenere un secondo disegno nel quale le luci e le ombre riprendono l’aspetto normale”.

fox talbot-Cloisters, Lacock Abbey- 1843
‘Cloisters, Lacock Abbey’ 1843

Realizzò quindi alcuni positivi e si può considerare lo scopritore del processo negativo/positivo che permette di ottenere molte copie positive identiche da un solo negativo originale, ma purtroppo nel corso dello stesso 1835 abbandonò le sue ricerche, che rimasero praticamente sconosciute: i suoi familiari erano al corrente del suo lavoro, ma non risulta che egli avesse informato i colleghi della Royal Society. Per tre anni successivi si dedicò ad altri studi, ma nel gennaio del 1839 fu bruscamente riportato all’interesse nel campo fotografico dalle notizie che giungevano dalla Francia sui risultati raggiunti da Daguerre e sul successo che i dagherrotipi riscuotevano nell’ambiente parigino. Fox Talbot si rese conto allora che Daguerre avrebbe messo a frutto prima di lui le sue scoperte fotografiche e decise quindi di rendere pubblico il suo metodo: organizzò delle mostre di disegni “fotogenici” e scrisse anche all’Accademia delle Scienze di Parigi per rivendicare la sua priorità della scoperta. Non ottenne tuttavia nessun risultato perchè il metodo Daguerre era basato su principi del tutto diversi e offriva un risultato di qualità apparentemente superiore.

Lacock Abbey - Fox Talbot -1843
Gruppo prende il te nella tenuta di Lacock Abbey – Fox Talbot 17 agosto, 1843

Le immagini sgranate di Fox Talbot furono giudicate “infantili” al confronto dei dagherrotipi, così ricchi di dettagli: nessuno si rese conto allora che il dagherrotipo era una singola immagine positiva su metallo, unica e irripetibile, mentre i positivi su carta di Fox Talbot, pur di aspetto modesto e pieni di grana, erano il primo passo verso la possibilità di ottenere da un solo negativo un numero illimitato di copie positive. Spronato dal confronto con Daguerre, Fox Talbot si dedicò al perfezionamento del proprio metodo e sperimentò nuove sostanze tra cui l’acido gallico. Nel settembre del 1840 fece una scoperta importante: con la carta preparata con ioduro d’argento e passata poi in un “bagno attivante” (una soluzione di nitrato d’argento, acido acetico e acido gallico) veniva essicata ed esposta nella camera oscura, si otteneva un’immagine “latente” che diventava visibile dopo un’immersione nel bagno attivante. Con questo metodo i tempi di esposizione erano ragionevoli anche in condizioni di luce mediocri: era perciò possibile fare dei ritratti senza difficoltà. Questa volta rese pubbliche immediatamente la sua scoperta e la brevettò chiamandola “calotipia”, dal greco kalos, che vuol dire bello. Negli anni fra il 1840 e il 1860 la calotipia fu usata soprattutto per prospettive, riprese di paesaggi e architetture e, grazie all’opera di due scozzesi, Octavius Hill e Robert Adamson, permise anche di ottenere ritratti fotografici tra i più belli che siano mai stati fatti. Fox Talbot finanziò anche un suo domestico, Nicholas Henneman, che aprì il primo “laboratorio di sviluppo e stampa, inizialmente a Reading e poi a Londra, in Regent Street. Tra il 1844 e il 1846 Fox Talbot pubblicò poi una collezione di calotipi (alcuni di spiccato senso artistico) in sei volumi, col titolo The Pencil of Nature (la matita della natura): è il primo libro fotografico mai edito, la cui importanza, secondo lo storico americano della fotografia J. Beaumont Newhall, è pari nella storia della fotografia a quella ricoperta della Bibbia di Gutenberg nella storia della stampa.

Fox Talbot _The Pencil of Nature_storia della fotografia
The Pencil of Nature, 1844/1846. Il primo libro fotografico della storia della fotografia.

Negli anni seguenti Fox Talbot intentò una lunga serie di processi per ottenere i brevetti che aveva depositato, ma questi suoi tentativi lo resero impopolare e il mancato riconoscimento del suo lavoro lo ferì al punto che, nel 1855- quando ormai l’invenzione della lastra al collodio unido da parte di Frederick Scott aveva reso obsoleto il calotipo – rinunciò a rivendicare i suoi diritti. Non abbandonò però le sue ricerche fotografiche e mise a punto notevoli innovazioni anche nel campo della fotoincisione. Il suo maggior contributo resta però il suo lavoro da pioniere della fotografia: le sue scoperte del processo negativo/positivo e dell’immagine latente costituiscono la dei procedimenti fotografici moderni e lo collocano in primo piano nella storia della fotografia.

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