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Fotografia post-mortem: dal 1860 ai giorni nostri

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Per molti anni, l’unico modo per avere l’immagine di una persona è stato attraverso il lavoro dei pittori. La ricca nobiltà e le classi superiori potevano permettersi di pagare prezzi alti per i loro grandi ritratti, ma le classi inferiori e medie non potevano permettersi la costosa commissione di un ritratto dipinto. Così, per la stragrande maggioranza della popolazione, non è stato possibile ottenere immagini dei propri cari.
L’invenzione del dagherrotipo nel 1839 favorì la diffusione della ritrattistica, questo metodo relativamente più economico e più veloce ha anche fornito alla classe media un mezzo per ricordare i propri cari. La fotografia post-mortem maggiormente diffusa tra le classi più disagiate, era la pratica di fotografare i propri familiari defunti di recente. Questo genere di fotografia era del tutto normale e faceva parte della cultura americana ed europea nei secoli XIX e inizio Novecento, e si protrae sporadicamente fino ai giorni nostri.

La mortalità, a causa di guerre e malattie, era molto alta ed era entrata a far parte della vita ordinaria di tutti: le foto post-mortem rappresentavano l’unico ricordo visivo dei defunti ed erano tra i beni più preziosi della famiglia.
Le foto post-mortem furono particolarmente in voga nell’Epoca Vittoriana, ove il tasso di mortalità infantile era molto elevato, e non di rado erano le uniche fotografie che i genitori avevano in ricordo dei loro figli.
La successiva invenzione delle carte da visite, cioè delle foto ritratto che consentivano di stampare più copie da un unico negativo, permise che le immagini fossero inviate ai parenti in ricordo dei defunti.

Le prime foto post-mortem erano generalmente dei primi piani del viso o riprese a figura intera e raramente includevano la bara. Il soggetto era di solito raffigurato in modo da sembrare addormentato in un sonno profondo. Molti di questi soggetti venivano vestiti con il loro migliore abito. I bambini sono stati spesso mostrati in riposo su un divano o seduti, a volte con il loro giocattolo preferito. Non di rado i bambini molto piccoli venivano fotografati con un membro della famiglia, più frequentemente era la madre che li teneva in grembo. Le foto post-mortem di un vero cadavere, specialmente quelle dell’epoca vittoriana, sono state sempre riprese in una posizione reclinata, o seduto appoggiato allo schienale, oppure sdraiati.

Quindi da smentire l’utilizzo di supporti metallici e altri dispositivi per sostenere il corpo del defunto in modo da farlo apparire come se fosse ancora in vita: gli stand di posa sono stati utilizzati per aiutare a mantenere i soggetti vivi fermi in considerazione dei tempi lunghi di posa. Non sono mai stati utilizzati supporti di nessun generi per fotografare i morti, infatti, non potevano essere d’aiuto visto la quasi rigidità delle articolazioni del cadavere, inoltre non avrebbe mai potuto sostenere il peso di un cadavere, neanche di un bambino, perchè non sono stati concepiti e costruiti per reggere il peso di una persona.
Successivamente esempi fotografici mostravano il defunto in una bara con il gruppo dei parenti partecipanti al funerale; questo tipo di fotografia era particolarmente popolare in Europa e meno comune negli Stati Uniti.

In Italia l’utilizzo della fotografia post-mortem non era tanto diffusa, a parte qualche eccezione riguardante il decesso di neonati. Tuttavia è stata una delle prime nazioni dove è stata utilizzata la prima fotografia post-mortem di cronaca nera, infatti nel periodo dell’unità d’Italia, dal 1861 fino al 1870 durante l’invasione del regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia, venivano fotografati i cadaveri dei patrioti briganti uccisi dai carabinieri e dai bersaglieri. Queste fotografie venivano diffuse tra il popolo tramite i primi giornali quotidiani come monito verso chi potesse nutrire sentimenti di ribellione verso gli invasori prepotenti sabaudi.

La guerra al brigantaggio fu infatti condotta anche con i media dell’epoca cioè i giornali, facendo un uso capillare ed esteso della fotografia, che in quegli anni conosceva le sue prime diffusioni su larga scala. I fotografi al seguito delle truppe unitarie (carabinieri e bersaglieri) venivano chiamati sul posto della cattura o a seguito della uccisione di briganti, per fare le fotografie.
Di forte impatto fu il caso di Michelina De Cesare, che venne denudata e fotografata: come appare dalle immagini venne profondamente sfigurata e torturata, come se avesse subito percosse e violenza fisica, a tal punto da generare la sua morte.

Questa la mistificata, a loro proprio uso e consumo, descrizione dello scontro finale redatto dai militari: Dopo aver scorto due briganti appoggiati agli alberi secolari, il capitano Cazzaniga si gettò all’attacco: “Afferratone uno pel collo, lo stramazza al suolo e con lui addiviene ad una lotta a corpo a corpo, finché venne dato ad un soldato di appuntare il suo fucile contro il brigante e di renderlo cadavere…Quel brigante fu subito riconosciuto pel capobanda Francesco Guerra, ed il compagno che con lui s’intratteneva, appena visto l’attaccò, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pizzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, s’imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato. Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina Di Cesare druda del Guerra…”


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Nel registro dei defunti della Matrice di Castellammare si legge: “Romano Angela filia Petri et Joanna Pollina consortis. Etatis sua an.9 circ. Hdie hor.15 circ in C.S.M.E Animam Deo redditit absque sacramentis in villa sic dicta della Falconera quia interfecta fuit a militibus regis Italiae”. Sintetizzando c’è scritto che alle ore 15 circa, fu uccisa nella contrada di Falconera, dai soldati del Re d’Italia, Angela Romano di quasi 9 anni, che ha reso l’anima a Dio senza avere potuto avere i Sacramenti.“ Uccisa a 9 anni per brigantaggio dai carabinieri.

La fotografia post-mortem è stata da sempre utilizzata anche in campo scientifico per fini di studio, di ricerca e di formazione. Anche se, come nel caso delle foto sottostanti che riproducono le teste mozzate di alcuni briganti del 1860/70, non hanno alcuna valenza scientifica, ma è sono soltanto una macabra collezione di reperti collezionati da un semplice medico, Cesare Lombroso. Le sue convinzioni si basavano sulla tesi “dell’uomo delinquente nato o atavico”, individuo che recherebbe nella struttura fisica i caratteri degenerativi che lo differenziano dall’uomo normale e socialmente inserito. E in base a questo assunto, il medico veronese praticò, senza remora alcuna, i più crudeli interventi su uomini e donne ritenuti criminali per le misure di parti del cranio e del corpo, a partire dal settantenne Giuseppe Villella, il “brigante” calabrese di Motta S. Lucia. Trascendendo la scienza e gli assunti empirici, le pratiche di Lombroso si rivelarono essere nient’altro che soprusi perpetrati indiscriminatamente su soldati e contadini del Sud durante il periodo di “unificazione”, i cui resti, preventivamente oltraggiati e fotografati, sono esposti ancora oggi come trofei di studio scientifico nel museo Lombroso a Torino .

Le foto post-mortem sottostanti, del primo novecento, sebbene siano state fatte durante dei corsi di studi d’anatomia, non hanno nulla a che fare con la fotografia scientifica.

Gunther von Hagens è l’anatomopatologo tedesco inventore della plastinazione, un procedimento che permette la conservazione dei corpi umani tramite la sostituzione dei liquidi con dei polimeri di silicone. Questa tecnica rende i reperti organici rigidi e inodori, mantenendo inalterati i colori. Von Hagens è l’autore delle mostre intitolate Körperwelten (in inglese Body Worlds), in cui espone i corpi umani da lui elaborati in pose che riprendono celebri opere d’arte.

Le fotografie post-mortem che raffigurano anche persone ritenute in odore di santità nelle loro bare, sono ancora utilizzate tra i fedeli cattolici, ortodossi e cristiani ortodossi.

La fotografia post-mortem che descrive la più cruda realtà è quella legata alla cronaca nera. Spesso sono fotografie che riguardano omicidi di stampo mafioso che descrivono con forte impatto la natura bestiale dell’essere umano.

Dagli anni 2000 in avanti è stato costruito il mito della fotografia post-mortem e molti siti web hanno pubblicato fotografie di normale ritrattistica risalenti all’epoca Vittoriana, spacciandole come foto di cadaveri: addirittura vengono vendute su vari portali (e-bay, amazon) false fotografie e anche libri fotografici. Di seguito una raccolta di foto false post-mortem:

La fotografia post-mortem oltre alle immagine dell’Epoca Vittoriana e a quelle di cronaca nera e scientifica, rappresenta anche la commemorazione di personaggi celebri diventati miti intramontabili e quindi immortali.

 

 

 

 

 

 

 

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